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    Digital Experience

    Realtà Virtuale e Aumentata: Innovazione, Sfide e Futuro | Hacking Expert 007 con Stefano Bosco

    Alex PagnoniBy Alex Pagnoni31 Ottobre 2024Nessun commento9 Mins Read
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    Indice

    • Introduzione
    • VR e AR non sono la stessa cosa (e non è un dettaglio)
    • La VR non è nata ieri: il problema non è l’idea, è la maturità del contesto
    • Dove funziona davvero oggi: B2B, training e simulazione
    • Il vero collo di bottiglia: non è (più) l’hardware, è il software
    • Apple Vision Pro: segnale industriale, non prodotto di massa
    • Il decennio prossimo: AI + AR è la combinazione che cambia il gioco
    • L’Italia: digitalizzazione subita, non cavalcata
    • Startup tech: il mercato è globale, ma i capitali devono esserlo davvero
    • Open source: la scorciatoia che non sembra una scorciatoia
    • La cosa più importante da portarsi a casa

    Introduzione

    C’è un equivoco che torna ciclicamente, ogni volta che qualcuno indossa un visore per la prima volta: “Ok, questa roba è il futuro”. Poi il visore finisce in un cassetto. E il futuro, puntuale, rimane altrove.

    La puntata con Stefano Bosco ha il merito di rimettere a terra il tema VR/AR con un approccio che è insieme tecnico e industriale, ma soprattutto concreto: non basta che l’hardware esista. Non basta neanche che l’esperienza sia “wow”. Se vuoi che la realtà virtuale e quella aumentata escano dalla categoria demo da fiera e diventino infrastruttura di business e (forse) di massa, servono tre cose: chiarezza su cosa stai usando, software progettato per quel mezzo, e un modello economico che regga il mercato globale.

    Partiamo dall’inizio, perché è qui che si capisce quasi tutto.

    VR e AR non sono la stessa cosa (e non è un dettaglio)

    Stefano insiste su un punto che sembra banale ma non lo è: dopo dieci anni di visori “consumer”, c’è ancora confusione perfino tra addetti ai lavori.

    La realtà virtuale ti sposta altrove. Ti porta in un mondo 3D costruito intorno a te, dove il reale sparisce. La realtà aumentata, invece, fa l’opposto: resta nel mondo reale e lo arricchisce, sovrapponendo informazioni e contenuti al contesto che stai osservando.

    Questa distinzione non è semantica. È strategica. Cambia i casi d’uso, cambia l’architettura dei prodotti, cambia la monetizzazione, cambia persino cosa significa “adozione”.

    In VR, l’obiettivo è l’immersione. In AR, l’obiettivo è l’assistenza. In VR ti chiedo di entrare in un altro ambiente. In AR ti aiuto mentre vivi in questo.

    E, spoiler, è uno dei motivi per cui l’AR ha un potenziale “di massa” più naturale. Perché non ti chiede di staccarti dalla realtà: ti chiede di potenziarla.

    La VR non è nata ieri: il problema non è l’idea, è la maturità del contesto

    Un’altra cosa utile della conversazione è l’excursus storico, che ridimensiona l’ennesimo “boom” come se fosse la prima volta.

    Esperimenti negli anni ’60, tentativi di commercializzazione, i fallimenti iconici (Virtual Boy di Nintendo), fino alle forme primitive di stereoscopia che risalgono addirittura alle prime fotografie dell’800. La voglia di “vedere in 3D” e percepire profondità e spazio è antica. Quello che è nuovo è la distribuzione su larga scala.

    E qui c’è la prima lezione: quando una tecnologia riaffiora ciclicamente, spesso non è perché manca l’idea. È perché mancava il resto dell’ecosistema. Potenza di calcolo, sensori, miniaturizzazione, costi, filiera di sviluppo, contenuti, mercato.

    La VR, per anni, è stata una promessa troppo grande per l’hardware troppo piccolo. Ora l’hardware si sta avvicinando. Ma questo non significa automaticamente che il mercato “si accende”.

    Dove funziona davvero oggi: B2B, training e simulazione

    Se guardiamo alla realtà dei fatti, il punto in cui VR e AR mostrano valore in modo immediato è il B2B.

    Training e simulazione sono l’esempio più chiaro. Prima avevi simulatori enormi, costosi, vincolati a infrastrutture fisiche. Oggi puoi ricreare ambienti complessi e situazioni ad alto rischio (o ad alto costo) in modo ripetibile, misurabile, scalabile.

    Stefano cita scenari coerenti: aeronautica e automotive, ma anche medicina dove l’AR diventa potente perché aggiunge “strati” informativi in tempo reale. In sintesi: quando il beneficio economico è evidente (riduzione costi, aumento sicurezza, accelerazione training), l’adozione è più facile.

    Questo è un pattern che vale ovunque nel tech: le tecnologie diventano mainstream non quando sono affascinanti, ma quando tagliano tempi e costi in modo innegabile.

    Il vero collo di bottiglia: non è (più) l’hardware, è il software

    Qui la puntata diventa molto interessante, perché Stefano mette il dito esattamente dove fa male.

    Lato hardware, negli ultimi anni sono stati ridotti problemi storici: motion sickness, miglioramento del field of view, aumento della risoluzione e densità di pixel. E i visori stand-alone hanno abbassato drasticamente la frizione.

    Ma il punto non è “posso indossarlo?”. Il punto è “cosa ci faccio che non posso fare meglio altrove?”.

    Nel gaming, per esempio, manca varietà e qualità di titoli nativi VR. L’episodio cita Half-Life: Alyx come dimostrazione del fatto che quando un’esperienza è pensata per la VR, funziona davvero. Non è una versione adattata. È una cosa nativa.

    E qui arriva la tesi forte: per accelerare davvero il mercato servirebbe un lavoro “alla Apple dei primi iPhone”: finanziare e incentivare sviluppo di applicazioni, creare un ecosistema di software che renda inevitabile l’adozione.

    Senza applicazioni che giustificano il mezzo, il mezzo resta un oggetto costoso. Anche se tecnologicamente straordinario.

    Apple Vision Pro: segnale industriale, non prodotto di massa

    Quando una realtà come Apple investe, non è mai un capriccio. Anche quando la prima versione è fuori scala per prezzo e target.

    Il Vision Pro, così com’è, non è il visore che “porta l’AR/VR a tutti”. È un segnale: Apple considera questo campo un possibile next platform shift.

    E se lo considera Apple, non è difficile immaginare il motivo: lo smartphone è maturo. Il mercato è saturo. L’innovazione incrementale è sempre più costosa e sempre meno percepita. Serve una nuova interfaccia, un nuovo paradigma, un nuovo centro di gravità.

    Non significa che domani gireremo tutti con un visore. Ma significa che la direzione è stata dichiarata.

    E, parallelamente, Stefano riconosce un merito spesso ignorato: Meta, con Quest 2 e Quest 3, ha creato un visore commerciale accessibile che unifica VR e AR, con un ordine di grandezza di prezzo più basso rispetto a Vision Pro. Quell’unificazione è un passaggio chiave: separare VR e AR in due mondi diversi è inefficiente. Il mercato spinge verso dispositivi ibridi.

    Il decennio prossimo: AI + AR è la combinazione che cambia il gioco

    Se dovessi estrarre una previsione netta dalla conversazione, è questa: l’incontro tra intelligenza artificiale e realtà aumentata è il game changer vero.

    Il motivo è semplice: l’AR, per diventare utile, deve capire cosa stai guardando e cosa stai facendo. Deve contestualizzare. Deve interpretare. Deve suggerire. Deve anticipare.

    E questo è esattamente il territorio dell’AI.

    Ma c’è un altro aspetto che Stefano porta in modo molto concreto: l’AI renderà più facile creare contenuti 3D, oggetti e ambienti, riducendo la barriera delle skill tecniche di modellazione. Se oggi costruire mondi virtuali richiede competenze avanzate e tempo, domani parte di quel lavoro verrà “compressa” dall’automazione.

    Lo stesso vale già oggi nel suo lavoro da architetto, con esempi pratici: usare strumenti generativi per creare texture specifiche e materiali personalizzati, dove prima servivano librerie a pagamento e comunque limitate. Qui l’AI non è una buzzword: è riduzione di costo e aumento di possibilità.

    Ed è anche una lezione su come leggere l’AI in modo maturo: non è “fa tutto”. È “sblocca pezzi del workflow”. Chi la usa bene non sostituisce il lavoro: sposta il punto di leva.

    L’Italia: digitalizzazione subita, non cavalcata

    A un certo punto, la conversazione entra nel terreno più “politico” in senso industriale: l’adozione in Italia.

    Stefano racconta un episodio tipico: grande azienda italiana, progetto B2B con ambizione di scala, C-level incuriositi ma non realmente convinti della distribuzione su larga scala. Risultato: progetto abortito.

    Qui non parliamo di mancanza di soldi. Parliamo di predisposizione. Di cultura. Di capacità di vedere un’innovazione come strategia e non come gadget.

    E il tema si allarga: in Italia la trasformazione digitale è un argomento “vecchio” per chi è dentro, ma rimane nuovo per chi deve farla davvero. Le imprese spesso la subiscono: la inseguono, la introducono a pezzi, raramente la governano in modo sistemico.

    E anche quando c’è volontà, spesso manca la struttura: competenze, processi, e soprattutto la capacità di investire con continuità. Perché la digitalizzazione non è un progetto, è una traiettoria.

    Startup tech: il mercato è globale, ma i capitali devono esserlo davvero

    L’esperienza di Stefano da startupper è un altro punto interessante perché racconta un paradosso molto reale.

    Da un lato: oggi puoi costruire un prodotto e venderlo nel mondo con risorse tecniche accessibili. Distribuzione online, strumenti, community, marketplace. L’entry barrier è più bassa.

    Dall’altro: nel momento in cui esci sul mercato, sei immediatamente sul palco globale. E sul palco globale competi con player che hanno capitali e marketing che tu, tipicamente, non hai.

    Il punto più crudo è questo: a parità di qualità, nove volte su dieci vince chi spende di più in marketing. E non è una frase cinica: è un dato di realtà per tantissimi mercati software.

    Stefano racconta anche una scelta identitaria: mantenere “l’italianità” e non spostarsi all’estero, nonostante contatti e opportunità. È una scelta comprensibile, e proprio per questo utile come monito: se giochi una partita globale con capitali locali, devi accettare che la partita è sbilanciata.

    Open source: la scorciatoia che non sembra una scorciatoia

    Nel finale, emerge un tema che meriterebbe una puntata a parte: open source.

    Qui la conversazione diventa quasi una “strategia alternativa” per startup e prodotti tech che non vogliono farsi schiacciare dal puro gioco dei capitali.

    L’open source può creare un circuito virtuoso: community che cresce, prodotto che migliora, adozione che si autoalimenta. E su quella base puoi costruire marketplace, servizi accessori, modelli “open core”, enterprise offering, supporto, formazione.

    L’esempio citato è Blender, che da progetto open source è diventato uno standard sempre più vicino al sostituire software proprietari in diversi contesti.

    La tesi implicita è potente: se non puoi competere sul marketing a parità di budget, puoi competere creando un ecosistema che distribuisce da solo il valore. Non è “gratis”. È un’altra forma di investimento: tempo, community, governance del progetto, credibilità.

    E, come faccio notare io in puntata, è anche un pattern che si vede nei grandi cloud provider: tanti servizi “industriali” nascono come open source e poi vengono resi scalabili, gestiti, vendibili. Il valore non è solo nel codice: è nell’operatività.

    La cosa più importante da portarsi a casa

    Se dovessi sintetizzare l’intera puntata in una frase, sarebbe questa: VR e AR non sono una scommessa sull’hardware, sono una scommessa su piattaforme, software e modelli economici.

    L’hardware migliorerà. È inevitabile.

    Quello che non è inevitabile è che qualcuno costruisca le applicazioni giuste, i contenuti giusti, le esperienze giuste, e soprattutto il contesto industriale giusto per farle adottare.

    E qui entra in gioco la combinazione più interessante del prossimo decennio: AI + AR, perché sposta l’AR da “overlay grafico” a “assistente contestuale”. Quando la realtà aumentata capisce, interpreta e suggerisce, smette di essere un gadget e diventa un’interfaccia.

    Poi resta il tema più scomodo, quello italiano ed europeo: senza capitali, senza cultura di go-to-market globale, e senza una mentalità che governa la digitalizzazione invece di subirla, continueremo a osservare le grandi ondate tecnologiche come spettatori competenti, ma spettatori.

    E nel tech, lo sappiamo, fare lo spettatore è un lusso che prima o poi qualcuno ti fa pagare.

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    Alex Pagnoni

    Alex Pagnoni è un Tech Leader ed è il fondatore della community CTO Mastermind. Autore di Vincere nel Tech, il libro manifesto del metodo GamePlan per Tech CEO e Tech Leader. Conduce il canale YouTube Tech No Logic e il podcast Pionieri del Tech. Vai alla bio completa.

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